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TECNICHE-POETICHE--MATERIALI-NELL'ARTE---CONTEMPORANEA

PROJECT

È a partire dalla metà dell’800 che l’uso delle tecniche e dei materiali, e la loro relazione con il senso e la poetica dell’opera d’arte, conosce un rivolgimento pari a quello che si verifica nel Rinascimento, a esempio con la nascita della figura dell’artista moderno, o della pittura a olio su tela, che rifonda la concezione del tempo del lavoro artistico. Da questo momento, si fa strada infatti la convinzione che l’arte si debba liberare dei tradizionali fondamenti didattici, cui da secoli anche la trattatistica è funzionale, e che essa non possa essere appresa e neanche insegnata.

Da qui, per un verso, la riflessione teorica e pragmatica sulle tecniche e sui materiali si rinchiude all’interno dei percorsi dei singoli artisti, dall’altro, nel ‘900, viene progressivamente sommersa dalla prevalenza dell’idea, del progetto concettuale, a fronte dei quali essa viene considerata accessoria o addirittura irrilevante. Così, oggi, delle tecniche e dell’enorme magazzino di nuovi materiali adoperati dagli artisti, spesso impensabili fino a poco fa, in genere si occupano più i restauratori, che gli storici o i critici d’arte o i curatori.

MODUS muove da queste considerazioni, nella convinzione che i tre termini costituenti il suo sottotitolo non solo siano intimamente correlati, ma che vadano ripensati, e analizzati alla luce di alcune linee dell’arte contemporanea, che in realtà disvelano affascinanti nuovi scenari. Il termine “tecnica” infatti è a ben vedere quasi desueto, esso connota l'ultima rivoluzione industriale, una situazione storica che vedeva una separazione netta fra due campi, e cioè, la scienza definita 'pura' da un lato, e le sue applicazioni possibili all'opera di trasformazione dei materiali per ottenerne manufatti, dall'altro. Tali campi non erano interdipendenti, nella misura in cui la tecnica era debitrice nei confronti della scienza delle indicazioni necessarie a precisare il senso della propria direzione di marcia: la tecnica era esclusivamente il campo delle applicazioni della scienza pura e rimaneva tale.

Oggi, invece, ferma rimanendo l’ovvia perpetuazione dell’influenza scientifica sui settori strettamente applicativi, si verifica anche la reversibilità della relazione fra i due campi. Cosicché, si può parlare adesso, non più semplicemente di tecnica, bensì di tecnologia, per sottolineare proprio questo carattere di mutualità. Tuttavia la tecnologia ha anche inaugurato l’accelerazione del tempo degli umani, connesso a un mercato e ai relativi consumi sempre più veloci; un ambiente i cui criteri di riferimento sono solo funzionalità ed efficienza; la prevalenza delle necessità della struttura tecnologica sulle necessità dell’essere umano; la sostituzione delle mani e del cervello dell’uomo con quelli della robotica.

È su questo corpo virtuale, su questo vuoto materico e sensoriale, che s’innestano gli itinerari fabrili e poetici degli artisti di MODUS, a dimostrare come l’arte continui a non spezzare il filo vitale delle pratiche tecniche, per non perdere il legame col passato e proiettarsi verso il futuro. Ci auguriamo, a questo punto, possa essere chiaro al visitatore come la contiguità delle opere sia frutto delle riflessioni appena accennate.

A partire dalla Sala 1, dove la pittura a olio su tela, tecnica moderna per eccellenza, di Wang Zimu, raccorda il Tempo della vita col Tempo dell’immaginazione. Di seguito, nella Sala 2, la videoanimazione di Leme42 individua nella trasformazione della linea la possibilità di narrare la storia della materia nell’arte, a fronte della selva in banda stagnata di Francesco Bocchini, materiale antico, qui divenuto inquietante e fantastico.

Procedendo oltre, nella Sala 3, l’opera con gli adattatori elettrici attraversati da corrente elettrica, di Shay Frisch, e le vespe e le biciclette di lamiera stampata, di Antonio Riello erodono il valore d’uso, e ribaltano il concetto di qualità sottesi ad oggetti di produzione industriale massiva.

Ed ecco, nella Sala 4, la tecnologia del software usato da Marotta & Russo, che tuttavia accompagna i vetri soffiati a mano di una scritta che arriva dal proprio vissuto; quindi Paolo Grassino, e i fili elettrici che disegnano un garbuglio tra naturale e artificiale, tra sarcasmo e gioco, e di seguito, Davide Rivalta, con un ghepardo in acciaio fuso a cera perduta, un metodo che risale a circa due millenni fa, implicato nelle teorie di certa etologia dei nostri giorni.

Ma torniamo sui nostri passi, verso la sala 1 bis, dove il video di Zou Cao connette e sintetizza anche le tematiche ecologiche ed energetiche affrontate nella sala 5 dalle fotografie di Tang Hui; dal video rifratto da grandi specchi, di Zhu Hongtu; dalla diga di Gong Hao (sala 7).

Tutto questo, mentre sempre nella sala 5 la trama in rame tessuta da Resi Girardello per il corpo e il clima della Terra, guarda il giocoso video di Victoria Lu e il suo sorridente sguardo sul futuro. Da qui nella Sala 6, dove sono materiali antichi eppure usati in modo nuovissimo; di volta in volta effimeri, fragili, durevoli. Sono i residui di legna, divenuta cenere di differenti colori, di Maria Elisabetta Novello; le monotipie su carta velina dorata di Gianni Moretti; la poderosa, luminescente grafite su legno di pioppo di Omar Galliani.

E infine, la diga di Gong Hao, nella sala 7 illuminata sulle pareti da proiezioni di acque e moti ondosi. Una metafora della forza della medicina cinese tradizionale, realizzata con erbe medicinali già usate. Con scarti, che diventano immagine.

Modus si avvale della collaborazione degli studenti di N.T.A. Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e dell’Accademia di Belle Arti di Bologna i cui Dipartimenti e Scuole - Comunicazione e Didattica dell’Arte, Restauro - sono coinvolti fattivamente nella mostra e nelle conferenze a essa dedicate.